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“A Lei – Omaggio a Ulay 2020”

2 Marzo 2020. Il mondo dell’arte riecheggia di campane a lutto. All’orizzonte si spegne un personaggio comparso nei libri, di cui hanno scritto le riviste, su cui hanno fatto dei film, di cui hanno studiato gli studenti. Io stessa trovavo le foto delle sue espressioni mentre gridava o mentre si ergeva senza vestiti contro lo stipite di una porta, tra le pagine del voluminoso “Arte dal 1900” di Krauss, Foster e Co. Indissolubile originalità, infrangibile il suo legame con i capelli neri di Marina, irresistibile il suo viso dimezzato fra il trucco di una attrice e i segni di una barba in crescita

Una bellezza quella di Frank Uwe Laysiepen destinata a fondersi con una incredibile creatività, esprimibile attraverso il suo corpo e quello della sua compagna. Ulay è stato un performer e artista attivo sin dagli anni 60, quando si interessò all’atmosfera anarchica del movimento Provo di Amsterdam, città in cui si trasferì dopo aver lasciato la natia Germania e il retaggio politico della famiglia.

La ricerca di una nuova forma di identificazione, partendo dalla rinuncia del nome e della cittadinanza; fino alla ricerca di nuove forme di studio e di formazione. Queste furono le basi del proprio avvicinamento artistico. Non è insolito che quando si parla di ricerca dell’identitĂ  si scelga di usare la propria immagine come cavia; e si chieda l’aiuto della meravigliosa immediatezza della fotografia.  Sulla formazione del proprio Io (artistico), magari alimentato da una difficoltĂ  a riconoscersi nella immagine sociale che qualcun’altro aveva in mente, si risponde con l’autoritratto, con l’esplorazione del proprio viso e del corpo

Fatto sta che le sue prime ricerche vertono proprio nell’ambito di forme alternative non solo dei modi ma anche dei soggetti. Ulay affronta il tema dell’identità, del travestirsi, dell’apparire altro da sé con la fotografia analogica, con collage autobiografici e con avanguardistiche quanto scandalose di immagini di lui e di altri. La strada percorsa da Marcel Duchamp e Rrose Selavy, proseguì in tutta la sua ricchezza.

Quando poi nel 1976 Ulay incontrò Marina, dalla ricerca dell’Io si passò alla rappresentazione fisica, carnale, rumorosa, sconveniente, sanguigna di un Super Io e della sua relazione con un altro essere umano, un altro corpo, un doppio femminile. Rappresentarono, con le loro avvincenti performance, il concetto di resistenza, fedeltà, il dolore fisico, il tradimento, la simbiosi. Rappresentarono cosa significasse essere due metà e vivere in una relazione.

La vita, le opere, il rapporto forte con Marina, conclusosi negli anni ’80 con la performance “The Lovers” sulla Grande Muraglia Cinese, il loro incontro iconico al MoMa nel 2010 (lei di rosso, lui di nero, i sorrisi commossi e orgogliosi…), le battaglie legali, il suo affrontare la malattia con il suo “Project Cancer” di Damian Kazole.

https://www.youtube.com/watch?v=R6hO67Bdh18

Tutto questo era Ulay e molto di piĂą.

Marina disse di lui: “Ci vuole molto tempo, forse anche una vita, per capire Ulay.”  E per di piĂą in questi giorni Ulay, come molti prima e contemporaneamente a lui, sta vivendo l’onda di quando va via una persona famosa. Il “caro estinto” è caro davvero: ondate di articoli, di citazioni, di video per ricordarlo, per rendere omaggio alla sua lirica scomparsa e alla sua vita gloriosa. Si riaprono libri, interviste, si dice “Io lo conoscevo!”, le riviste d’arte fanno un pezzo su di lui, sulle sue opere e sulla sua biografia.

Qui cerchiamo di fare qualcos’altro. Omaggiarlo si; Scrivere di lui, anche.

Non potrei mai descrivere la sua personalitĂ , credo che davvero in pochi potrebbero farlo

Potrei parlare delle sue opere, ma di questo invece, tanti lo faranno.

A me personalmente sono interessate sempre molto le sue ricerche sulla identitĂ , sulla immagine, sul riconoscersi e ingannarsi, sull’apparire qualcun altro. Si scrive questo pezzo cercando di fare qualcosa che fu a lui vicino, anche prima che arrivasse Marina. Cerchiamo di prendere per buono il suo esempio, in un’era come la nostra dove le Polaroid sono molto piĂą immateriali ma con una diffusione molto piĂą vasta. Come il suo progetto del 1973 si intitolava “Lei”, il mio si potrebbe intitolare “A Lei – Omaggio a Ulay, 2020”.  

Colgo l’occasione di giocare un po’ con il mio viso… Di fare qualcosa di sua ispirazione per omaggiare il suo lavoro individuale, di rendere grazie a una serie di bellissime “acrobazie psichiche” (come in alcune file della psicologia viene definito l’autoritratto), di fondere sempre l’arte con qualcos’altro al fine di far emergere uno strato in più. Di suggerire che il corpo e il viso di tutti possono essere sempre forme d’arte.

Non per imitazione, ma per rispettoso omaggio.

Ps: il resto delle immagini del progetto potete trovarle nella photogallery con l’omonimo titolo

In illustrazione:

Ulay, “Lei”, 1973, Nederlands Fotomuseum

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