Fra qualche giorno si concluderà presso la Gagosian Gallery di Roma una mostra che merita di essere raccontata, per l’atmosfera speciale che lascia. A maggior ragione, in questi giorni di interruzione e stasi, in cui è evidente che non sarà possibile andare a visitarla, seguo il consiglio di altri musei e gallerie e lascio che facciate un tour virtuale della mostra.
L’atmosfera che vi investirà è rarefatta e silenziosa. Se non siete mai andati a vedere l’ovale di Gagosian Roma, io ve lo consiglio. E’ un luogo in cui non vi è rumore; in cui l’arte – anche la più discutibile- riesce a trovare una dimensione di sacralità e di importanza. Potrà non essere apprezzata, non essere capita, ma di sicuro la sensazione che lascia è di essere stati in un luogo speciale.
L’artista di cui vi voglio parlare si chiama Y.Z. Kami, iraniano classe 1956, che attualmente vive e lavora a New York. Nato Kamran Youssefzadeh, il suo avvicinamento alle forme d’arte avviene al fianco di sua madre, in uno studio di famiglia, dove lei lavorava come ritrattista. Di primo impatto viscerale, mi sentirei di dire che questo potrebbe essere stato il primo, forte imprinting: poiché per lui arte significava anche famiglia, casa, sicurezza. E per molti artisti potrebbe anche bastare.
Ma nel corso del tempo, gli elementi che costituiscono il suo fare poetico diventano numerosi e sempre più articolati. Le mummie del El Fayyum, viste al Louvre intrecciano la loro frontalità e il loro senso di solenne silenzio con le foto che scatta ad amici, parenti e anche modelli sconosciuti.

Nella sua formazione si mischiano gli studi accademici di Berkley (California) con l’astrazione della poesia persiana di Rumi, la conoscenza della idolatria commerciale di Andy Warhol con il rispetto millenario della religione dei suoi avi. (La sua serie Preghiere Infinite).
Nelle sue fotografie – ritratto c’è come una intenzione di riconoscimento. E’ come vedere una serie di foto segnaletiche che il tempo ha fatto sbiadire, rendendole opache.
Si potrebbe parlare di riconoscimento parziale, indotto, suggerito, sussurrato. Un artista che sfida il suo visitatore a capire chi sta guardando, come per i ritratti di El Fayyum.
Credo sia più efficace partire da una frase in particolare, la frase che è stata scelta per introdurre il foglio di presentazione alla mostra.
“L’astrazione ha sempre fatto parte del mio lavoro.”
Dire e scegliere una frase del genere significa preparare gli spettatori ad un’immersione di totale asetticità del dato figurativo. “Preparatevi ad assistere ad immagini senza fine di comprensione, lasciatevi guidare solo dai vostri sensi e dall’ispirazione”
Poi entri e ti ritrovi il Blu Indaco Notturno.
Night Paintings, dipinti notturni, creati tra il 2017 e il 2019, tutti su tele di morbido lino. La sua prima esposizione a Roma.
Tele piuttosto grandi, come guardare le teche di un acquario.
I Night Paintings sono letteralmente fotografie incastonate in una dimensione tra il liquido e l’onirico, fra il gassoso e l’indefinito. Avete presente quando fate cadere una goccia di latte in una tazza di té? Si crea quell’effetto di nuvola fluttuante e lattiginosa, acqua torbida dove le cose non si distinguono. I personaggi all’interno di Night Paintings sono come gli abitanti di un fondale che per il movimento delle onde non si riescono a distinguere.

Benché in alcune descrizioni sia stato sottolineato la sfida di lungo termine tra astrazione e figurazione, io trovo che non vi sia alcuna tensione. L’astrazione, anche se presente, non prevarica sulla figuratività. Basta guardare queste opere dalla distanza giusta, ed ecco che le figure emergono senza alcuna difficoltà.

Night Painting I (for William Blake) e Night Painting II (for William Blake), datati 2017-2018, sono in assoluto due discese in un maelström di forme dinamiche indefinite, profonde, in cui perdere l’occhio senza capire dove possa essere il punto di fuga.

Le opere di questa mostra sono assolutamente glamour e silenziose, esplodono senza disturbare, rilassano ed eccitano l’immaginazione.
Come in tutte le grandi trattazioni in cui si parla di psicologia e arte connesse, si parla della forza di differenziazione fra le varie opere che troviamo davanti. In altre parole, una stessa opera, in maniera molto elementare, potrà suscitare ad alcuni sensazioni appaganti e rilassanti; ad altri, emozioni forti e anche inquiete. Nel caso dei Night Paintings l’immersione potrà essere al pari di un rilassante viaggio nella sinestesia fra sfera tattile, visiva e uditiva.
Lo sfumato, da sempre nella storia dell’arte e anche nella sua contemporaneità, offre un effetto di mistero, di distante, indefinito; e allo stesso tempo rassicurante per via di quel suo tatto soffice.
L’intenzione di riconoscimento dell’artista è innegabilmente presente. Fra i suoi vari lavori si ricordano anche le Preghiere Infinite, opere leggermente diverse dalla ritrattistica astratta, in quanto formate da piccoli ritagli di testi di preghiere arabe, ebraiche, persiane e aramaiche che creano strutture concentriche. Queste creano un effetto simile soffitti e pavimenti di luoghi sacri come moschee, basiliche e palazzi reali.

Oltre alla innata forza del messaggio, della spiritualità, della conciliazione e della ricchezza culturale, la loro forza risiede anche nell’atto di fermarsi con attenzione e guardare queste piccole porzioni di letteratura. L’atto del guardare, del riconoscere, dello scovare i dettagli fra le sfumature, trasforma il lavoro di questo artista in una infinita preghiera, in un infinito dialogo con chi lo guarda, in un infinito omaggio per chi lo interpreta.
Dal momento che in questo blog, una cosa che amiamo particolarmente è la forza della contaminazione e della sintesi fra varie forme, la mostra era arricchita da una poesia di Rainer Maria Rilke, posta su un muro prima di entrare nell’ovale. La riportiamo affinché queste parole siano da rafforzativo per l’immaginazione di trovarsi lì e di vedere queste finestre aperte verso il blu, l’indaco, la notte.
“Notte (a te, il cui volto)”
Notte.
O tu il cui volto, dissolto nel profondo,
si libra sopra la mia faccia.
Tu che sei il contrappeso più pesante
della mia contemplazione intorno.
Notte, che trema come riflesso nei miei occhi,
ma di per sé forte
creazione inesauribile, resistenza
dominante oltre la resistenza della terra;
Notte, piena di stelle di nuova creazione che lasciano
scie di fuoco che scorrono dalle loro cuciture
mentre si librano in un’avventura impercettibile attraverso lo spazio interstellare:
come, offuscato dalla tua vastità onnicomprensiva,
io appaio minuto!
Eppure, essendo tutt’uno con la terra sempre più oscura,
Io oso essere in te.

