Ci siamo lasciati ispirare e abbiamo elaborato questa notizia in modo creativo. The Blue Drop fa questo: crea ibridi fra arte e scrittura, fra arte e psicologia. Analizza l’arte con gli elementi del mondo intorno ad essa. Trova corrispondenze anche dove non sembrano esserci.
Tuttavia, cosa ci può essere di bello nella notizia di un essere vivente e il proprio piccolo uccisi? Possiamo tentare un esperimento e magari rendere loro omaggio.
Ode agli Elefanti Surreali(sti). Nella immaginazione sfrenata, sibaritica, contorta, ambigua, psicotica e animalesca di Salvador Dalì, l’elefante trovò uno spazio a dir poco privilegiato. Nella sua produzione artistica, il mastodontico animale trovò posto in quattro opere cardinali, con un’ accezione tutta particolare.
1944: L’elefante, le tigri e il sogno.
E’ il 1944, Dalì e sua moglie Gala sono in America e lei fa un sogno bizzarro che racconta al marito. Il pittore resta affascinato da esso, come da tempo è affascinato dalle teorie di Sigmund Freud sull’ inconscio e i sogni. Decide di cercare di rappresentarli. Dipinge dunque “Sogno Causato dal volo di un ape intorno a un melograno un secondo prima del risveglio“. Cerca di condensare in un’unica immagine fiabesca sogni molto articolati, finendo per creare quello che è stato descritto da Christopher Green negli anni ’90 “metodo critico paranoico” (laddove con “paranoia” non viene intesa la psicosi a tema persecutorio, ma la parola greca che vuol dire “insensatezza”). Significa che Dalì nella sua arte cerca di fare quello che ha fatto Freud con la parola.

Nell’opera, oltre a molti elementi a cavallo fra l’iconografico e il simbolico personale, spicca un bellissimo elefante che corre sullo sfondo. Ha un obelisco sulla schiena e gambe sottilissime da fenicottero. Nonostante la donna che dorme, che offre un senso di sogno e di rilassamento, l’intera opera è molto dinamica; è veloce, sbrigativa, come se ci si volesse affrettare prima che il sogno termini a causa della puntura di ape, simboleggiata da una baionetta vicino al corpo della donna.
L’elefante con l’obelisco è stato ovviamente ricondotto con facilità alla scultura di Bernini a Roma in Piazza della Minerva. L’elefante viene anche chiamato “pulcino” poiché in antico dialetto significava “porcellino”, in quanto la piccola stazza dell’animale lo fa sembrare un maialino. Sappiamo che Dalì non era tipo da lasciare le cose al caso: ma non sappiamo con certezza se nel sogno vi fosse un elefante che l’artista sceglie di rappresentar a quel modo oppure decide di mettere lì l’animale solo per le sue implicazioni simboliche.

L’elefante ha una simbologia piuttosto particolare, in quanto non è una bestia che appariva spesso nell’arte occidentale. In generale si può associare alla forza fisica, alla presenza massiccia, alla resistenza; ma anche alla mansuetudine e alla obbedienza, alla lentezza. Sicuramente anche al coraggio e ad una certa idea di “giocosità” che l’animale possiede e che si dimostra disponibile nei confronti dell’uomo.
L’elefante che Dalì dipinge in questa prima opera è infatti allegro, sembra che corra e sorrida (come nel particolare). L’obelisco che porta con sé poggia sulla schiena ed è liscio come un cristallo, ma non sarà sempre così. Naturalmente il dettaglio più bizzarro sono le lunghe e sottili gambe da insetto, che lo rendono agile come uno stambecco. Questa è la prima grande contraddizione, la netta distinzione fra il dato reale e un dettaglio che annulla con tanta forza il concetto base dell’elefante. Un elefante leggero. Critica paranoide e amore per i contrasti, per gli ossimori in particolare. Ode agli Elefanti Surrali(sti).
1946: La processione delle Tentazioni
Passano due anni e Dalì ripropone l’elefante nell’opera “La Tentazione di Sant’Antonio“. L’animale è nuovamente ben tornito, con le gambe scheletriche e trasporta qualcosa. Tuttavia l’elefante giocoso del primo quadro qui viene sostituito da una carovana di elefanti molto diversi: a partire dal primo, in buona salute, gli elefanti si fanno sempre più scarni, emaciati e con brandelli di pelle cadente. Sono sottomessi, guardano in terra e sembrano risentire del peso che trasportano. Anzi, sembra che più il carico si fa pesante e più il loro aspetto peggiora. Sulle loro schiene simboli che dovrebbero anelare alla tentazione: sesso, potere, ricchezza, palazzi d’oro. Sebbene il Sant’Antonio mostri il crocifisso tipo cacciatore di vampiri, sembra di più inneggiare all’arrivo della carovana, ribaltando completamente l’iconografia classica della scena. Ma allo stesso modo gli elefanti anche qui sono bestie contorte, leggere ma appesantite dal loro ruolo e probabilmente in via di consunzione.

L’ultimo elefante di colore chiaro sullo sfondo è il gemello di quello del primo quadro, ma non corre e non ride. Trasporta mestamente una ciminiera, anche se in molti ci hanno letto il solito simbolo fallico: la vicinanza della ciminiera alla città sospesa sulla nube color caffè indicherebbe una predisposizione altamente negativa alla visione progressista di fabbriche e nubi tossiche. Non per niente era ancora in America e si era appassionato di argomenti scientifici, fra cui la bomba atomica. E come se questi elefanti fossero al (triste) servizio di tutto questo.
Il prototipo di Bernini a Roma
D’accordo lo sappiamo tutti: il primo modello che ispirò Salvador fu il “pulcino” del Bernini a Roma. Ma qualcuno sa perché? E’ una lunga catena: Bernini scolpisce la scultura nel 1667, affinché sia il basamento di un obelisco trovato a Roma nella zona archeologica di Campo Marzio, nel cuore di Roma. Il modello della scultura viene preso da una miniatura appartenente a Cristina di Svezia, trasferitasi a Roma dopo l’esilio, ma l’iconografia fu presa da una illustrazione del romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili (letteralmente “sulla battaglia d’amore in sogno di Polifilio”) del 1499. Non voglio andare oltre perché il discorso sarebbe lungo, ma solo suggerire due particolari:


Il primo è nella scritta che Bernini inserisce sul basamento della scultura, a spiegazione dell’obelisco egiziano:
<< Chiunque qui veda i segni della Sapienza d’Egitto scolpiti sull’obelisco, sorretto dall’elefante, la più forte delle bestie, intenda questo come prova che è necessaria una mente robusta per sostenere una solida sapienza>>
Possente sapienza e capacità, possente forza dell’animale. Dalì non può fare a meno di considerare l’elefante per la sua forza fisica ma anche spirituale e integra: è un animale degno di comparire all’interno di un subconscio onirico (prima opera) e di sostenere il peso della “mollezza” etica dell’uomo (seconda opera). E’ questa realtà che consuma l’animale.
Un’altra cosa da notare è il valore simbolico dei geroglifici sull’obelisco. Senza lanciarsi in traduzioni, semplicemente Dalì nella prima opera lascia l’obelisco spoglio; nella seconda, esso viene sostituito da immagini simboliche che alludono alle Tentazioni. Sarà solo nell’ultima opera che questo cambia.
1948: Il deserto degli elefanti d’amore
Ultima opera, stavolta tutta dedicata agli elefanti, intitolata proprio “Gli Elefanti” del 1948. Forse una delle più ieratiche, di certo dall’atmosfera silenziosa. La scena sembra quella di un deserto o addirittura un post disastro nucleare. Vi sono i due elefanti dalle solite, ossimoriche, zampe lunghe e leggere. Anche questi sono in grave stato di magrezza e consunzione. Ritorna il dualismo fra pesantezza e leggerezza e fra vigore e fragilità. Se si volesse elaborare una descrizione unica, in relazione con “La Tentazione di Sant’Antonio”, questa potrebbe essere: l’uomo è stato corrotto dai doni portati dal corteo di animali. Il fumo tossico ha fatto il resto, tutto è bruciato, anche le minuscole figure sotto le zampe del corteo (come la piccola famiglia quasi invisibile). Ora non c’è che deserto e silenzio e una coppia di elefanti malconci, scampati al disastro.

Tutto sta nel leggere i dettagli: Innanzitutto, sugli obelischi rovinati ora vi sono simboli egizi. Compaiono gli occhi e le strutture fluttuano senza peso sul dorso degli elefanti. L’obelisco, quale simbolo del potere in generale nella società egiziana, veniva creduto dal folklore come un raggio di sole pietrificato sulla terra e riconduceva a Ra, divinità solare, anche se qui il sole non si vede ma si avverte. Inoltre c’è un surreale (giustificato!) uso della luce, in quanto un elefante è all’ombra e uno in luce.
Gli occhi degli obelischi, sono un dettaglio molto fortuito per Dalì, in quanto essi erano il mezzo privilegiato per vedere oltre nella dimensione metafisica della paranoia che l’artista aveva architettato in tutte le sue opere. Gli elefanti, animali saggi rovinati dal disastro umano, ancora riescono a trasportare il potere e la capacità di vedere. (Due elefanti per due occhi in un viso, ma questa è solo un pensiero personale).

L’arte di Dalì è estremamente stratificata. Le sue immagini sono dotate di significati multipli, le “doppie immagini” così come sono doppi gli occhi e la personalità umana. Le sue opere spesso sono specchi o cerchi concentrici, due metà di una sola moneta. Le realtà che vi presenta sono come la seconda categoria di sogni descritta da Freud nel suo grande libro “L’interpretazione dei Sogni“: sono fantäsmata, ovvero riproduzioni amplificate come gli incubi. Parlando di doppi e di speculari, nel 1937 Dalì fece un’opera intitolata “Cigni che riflettono Elefanti” (per restare in tema di pachidermi); benché il quadro sia complesso, si può intuire che alla base vi è il tema del riflesso che rivela qualcosa di altro dalla propria personalità o dal proprio aspetto. Della serie “Ti credi aggraziato e con il collo sinuoso, in realtà sei goffo e pesante” (anche se abbiamo visto che l’elefante è potente e forte!)

L’ultimo dettaglio dell’opera, molto piccolo, sono le due figure che camminano sotto le zampette degli elefanti. Un uomo e un angelo.

L’angelo che arriva in soccorso nel deserto è molto ricorrente nella religione e nell’arte, come la storia di Agar che viene soccorsa dall’Angelo di Dio. Considerata la religiosità eccentrica e quasi mistica del maestro, potrebbe essere stato di ispirazione, anche se non si può essere certi della reale interpretazione. Se volessimo tuttavia considerare il tema dell’angelo nel deserto con intenti narrativi, allora diremmo che insieme agli elefanti sopravvissuti a qualunque cosa brutta sia successa, anche un uomo vi è ancora e un angelo della Provvidenza corre in suo soccorso.
Forse, in questo universo di apparizioni, doppi e tripli significati, in verità l’opera ha un significato di speranza anche dopo il disastro e di intelligenza dietro la stupidità. Di Amore dopo l’odio.
A volerci andare ancora più dentro però, l’angelo de “Gli Elefanti” ricorda molto la figura sull’edificio simbolo di peccato nella processione di “La Tentazione…” (che sicuramente Dalì ha ripreso da una scultura). Considerata la accezione direi negativa di quell’opera, potrebbe anche darsi che quell’Angelo sia lì per ingannare e tentare l’uomo nuovamente. In quel caso, speranza finita.

Meno male che Dalì non ha potuto vedere cosa fanno ai suoi preziosi elefanti oggi… Episodi come quello dell’India avrebbero potuto spingerlo a creare la sua personale versione di “Il sonno della ragione genera mostri“, parafrasando Goya.
In un certo senso ciò che Dalì aveva (purtroppo) dipinto si è avverato. I suoi elefanti si logorano e periscono dietro la stupidità umana e la “mollezza”…
Sperando che il pezzo vi sia piaciuto, lo dedico alla bellissima elefantessa e al suo cucciolo. Vi lascio con degli Elefanti Surrealisti dei nostri tempi.
