Skip to content Skip to footer

#WHATYOUMISS

Non nasceva come articolo. Solo come iniziativa sui social. #whatyoumiss #cosatimanca. Cosa ti manca….

E a voi? Partecipate al contest #whatyoumiss sulle nostre pagine FCB, Instagram e Twitter e diteci cosa vi manca davvero. A partire da Lunedì fino a Martedì 5 Maggio

 Al tempio c’è una poesia intitolata “la mancanza”, incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può leggere la mancanza. Solo avvertirla.

Di cosa senti la mancanza ora che la vita come la conoscevamo è cambiata?Non c’è una risposta uguale per tutti e farlo in una dimensione social era sicuramente più facile, più veloce, forse anche più divertente. E prendeva più voci. Però questa frase merita un minimo di riflessione.

#whatyoumiss , cosa ti manca

Scelto appositamente senza punto interrogativo, in quanto non si tratta di una domanda, ma di una affermazione.

Sentire la mancanza di qualcosa, significa rimpiangerla. Sentire che non abbiamo passato abbastanza tempo con essa. Che la vogliamo fare o avere ancora. Sentimento molto comune. che deriva dal fatto che in sostanza l’essere umano non è un entità che si accontenta. Ma del resto, voler vedere i propri cari, i congiunti, gli amici, i genitori lontani, non è da egoisti, solo da persone di cuore e affezionate. Vero! Dicono che “mancarsi significa già appartenersi” Vero anche questo .

Freud sosteneva che la mancanza dell’oggetto perduto si sviluppa per qualcosa che in realtà non abbiamo mai avuto. Poteva averci visto lungo

Lacan, invece, proponeva che l’uomo non è in relazione con il soggetto altro, ma con il piccolo oggetto. Un uomo. un materialista. Io non sono pindarica come Freud, né “accusativa” come Lacan. E ammetto con grande serenità che fra le cose che mi mancano ci sono anche cose “materiali”, cose futili, anche superficiali. Ma con grande sorpresa mi sono accorta che erano le cose che rendevano la mia vita, quella vita. Niente che andasse oltre. Semplicemente, le cose che avevo e che ora non ho. E che forse davamo per scontato.

Per questo ho pensato a #whatyoumiss. Perché tutto si può tradurre con una scena. Il teatro è metafora di vita. E le tele, i disegni, le opere di cui qui cerchiamo di scrivere, sono piccoli palcoscenici di cui cerchiamo di raccontare un po’ di più. Quindi, ciò che a me manca, lo rappresentano queste opere:

1: FAMIGLIA

Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni, 1504–1506, Galleria degli Uffizi, Firenze
Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni, 1504–1506, Galleria degli Uffizi, Firenze

Mi manca la mia famiglia, poiché è lontana. E Michelangelo Buonarroti, in questa tela originale, ancora conservata in maniera superba, descrive una scena di Sacra Famiglia unica. Oltre al discorso della muscolatura accentuata, della scena “pagana” sullo sfondo che rimanda allo stile greco e alle torsioni, cifra identificativa dell’artista, c’è di più: è una delle poche Sacre Famiglie in cui tutti i componenti si toccano. Il contatto indica massa e trasuda forza. Ma anche amore.

2: AMICI

Auguste Renoir, Bar au Moulin de la Galette, 1876, Museo D'Orsay, Parigi
Auguste Renoir, Bar au Moulin de la Galette, 1876, Museo D’Orsay, Parigi

A chi non mancano gli amici… Divertirsi, passare tempo insieme, ridere.. i congiunti che ti scegli. Questa scena di una festa a Parigi, sotto un sole che filtra tra gli alberi, da sempre è un’opera di squisita finezza (Renoir fa le donne più belle in assoluto fra gli Impressionisti), di dettagli dell’epoca (quei cappelli a paglietta sono adorabili!), di serenità e di gioia di vivere. Questo manca a tutti #whatyoumiss

3: MARE

Carlo Carrà, Il Pino sul Mare, 1921, Collezione Privata
Carlo Carrà, Il Pino sul Mare, 1921, Collezione Privata

Mi chiesero di disegnare questo quadro come compito, alle scuole medie. La sua semplicità lo rende, a mio parere, un’opera sonora. Benché si tratti di un paesaggio metafisico, della mente, una scena impossibile per molti versi, raramente ho visto una scena in cui sentissi di più il rumore del mare, del vento e dei gabbiani il lontananza. Le due aperture laterali sono quinte chiuse, che canalizzano l’attenzione dell’occhio verso il promontorio. A chi non mancherebbe andare in un posto così? #whatyoumiss

4: DANZA

Edgar Degas L'étoile,, 1878, Museo D'Orsay, Parigi
Edgar Degas L’étoile, 1878, Museo D’Orsay, Parigi

L’amore per la danza nasce come spettatrice fin dall’infanzia. Ma come vera e propria ballerina, da circa sette anni. La danza è qualcosa di cui sento immensamente la mancanza… e nessuno dipinge le ballerine come Degas. In quest’opera, la prima ballerina si muove sola, senza curarsi del pubblico (a noi invisibile) e degli altri dietro le quinte. Sembra un ballo in un sogno, diversamente dalle altre scene, in cui Degas rappresenta bene i dettagli dei vestiti, delle braccia e delle gambe, fino al parquet lucido della classe. Qui tutto è un indistinto mare di colpi di pennello che non danno corpo ma aria in movimento.

5: VINO

Wilhelm Amberg, La  cameriera, 1862, Fairfax House, York
Wilhelm Amberg, La cameriera, 1862, Fairfax House, York

Il vino non dovrebbe mancare, in quanto i supermercati sono sempre rimasti aperti. Tuttavia, per motivi che NON (…) vi sto a spiegare, manca poter bere un bicchiere di vino veramente buono. Forse ciò che manca veramente è la convivialità del bere vino, la compagnia, l’occasione speciale. Non come nell’opera del maestro tedesco Amberg, esperto di scene di interni, in cui la cameriera impertinente beve ciò che rimane, senza essere vista. Vino non è questo: ma il palcoscenico di questo quadro è davvero evocativo.

6: VIAGGIARE

Honoré Daumier, Il vagone di terza classe, 1862 - 1865, National  Gallery of Canada, Ottawa
Honoré Daumier, Il vagone di terza classe, 1862 – 1865, National Gallery of Canada, Ottawa

Quando pensai a cosa poteva richiamarmi il viaggiare, pensai alle condizioni “chiuse” in cui si viaggia su alcuni tipi di volo… Pensai a quest’opera, alla sua potenza polverosa, alla sua capacità di trasmettere sensazioni, oltre che immagini. Che senti il fischio del treno, percepisci il sudore degli altri viaggiatori, che ti sembra di toccare la paglia del cesto della signora. Pensi al fatto che le tre figure in primo piano, sembrino suggerire le tre età dell’uomo (anzi, quattro visto che c’è un neonato). Che viaggiare è un lusso, ma anche una necessità. Tutti, prima o poi, si spostano. E viaggiare aiuta. Di questo, si può sentire la mancanza… #whatyoumiss

7: NUOTARE

David Hocnkey, Ritratto di un artista (Piscina con Due Figure),  1972, collezione privata
David Hocnkey, Ritratto di un artista (Piscina con Due Figure), 1972, collezione privata

Se la danza è un amore nuovo, il nuoto è un amore di sempre. Le scene radiose, chic e anche misteriose di David Hockney, contengono il dettaglio della mancanza per il nuoto. Le sue piscine, all’apparenza sono scenografie leggere e piacevoli, che ricordano l’estate e che fanno pensare al relax e al divertimento. Ma la piscina è una metafora di come il suo lavoro sia tutt’altro che calmo. Una piscina sembra un luogo placido dove nuotare in tranquillità, ma la sua acqua sebbene “chiusa” è sempre mobile, il suo fondo scivola morbidamente verso il fondo e bisogna occuparsene perché non diventi torbida. Esteta del dialogo silenzioso, sebbene pop.

8: CURA DELLA PERSONA

Kitagawa Utamaro, La Signora nello specchio, 1792 – 1793, Accademia delle Arti, Honolulu
Kitagawa Utamaro, La Signora nello specchio, 1792 – 1793, Accademia delle Arti, Honolulu

Chiamatemi superficiale se volete, ma sfido qualunque donna a dire che un minimo non le manca andare a fare qualcosa per la propria bellezza, il proprio aspetto o anche solo il proprio mantenimento. Perfino la donna più spartana o l’uomo più noncurante, avrà bisogno di tagliare i capelli ad un certo punto. La bellezza assoluta di questa signora del periodo giapponese Edo, ne è sintesi perfetta e ammaliante. L’idea che anche mettersi del trucco in viso, con questa immagine sembra un rituale magico, una azione dedicata alla cura e non alla fretta.

9: MANGIARE IN UN BUON RISTORANTE

Annibale Carracci, Il Mangiafagioli, 1584-85, Galleria Colonna, Roma
Annibale Carracci, Il Mangiafagioli, 1584-85, Galleria Colonna, Roma

Anche qui, se mi dite che andare a mangiare una pizza, un sushi o andare nel vostro ristorante preferito non vi manca, non vi credo. Il ristorante è il piacere di mangiare ma anche il piacere della convivialità o di passare del tempo con le persone che vi piacciono, in mezzo alla gente. Persino nel sedicesimo secolo si andava in taverna e Annibale Carracci lo rappresenta in maniera esemplare. Non per niente questo quadro viene usato come emblema dei manuali di cucina. I dettagli del cibo sono qualcosa di perfetto. Inoltre lo sguardo del signore che sta per mettere in bocca i fagioli e guarda noi (o l’artista) e sembra che stia per dire “Ti serve qualcosa?” è meglio di una fotografia.

10: VISITARE GALLERIE, MOSTRE E MUSEI

Giovanni Paolo Pannini, Interno di una pinacoteca con la collezione del cardinale Silvio Valenti Gonzaga, 1740, Università di Wadsworth, Hartford

Vabbé, visto il mio lavoro, questa è superflua da dire…

Fortunatamente mi è ancora possibile scrivere.

#whatyoumiss Cosa ti manca

Go to Top