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A Bocca Aperta!
Quando la Gelosia supera Venere nell’opera di Bronzino

Sono giorni complicati per tutti.  Giorni di pazienza, di attesa, di speranza, di rabbia, di aspettativa, di noia. Giorni in cui bisogna dilettarsi con altre attività. Chi legge (spero anche questo blog), chi scrive, chi vede film, chi ha trasferito la vita online. Sono giorni in cui si sentono anche notizie al limite dell’orrore di persone che mettono fine alla propria vita o a quella di altri, in maniera talvolta eclatante.

Non so come mai, ma il mio cervello nel leggere certe notizie, ha fatto una curiosa associazione mentale, una piroetta iconografica. Tra il mood generale delle notizie di questi giorni e un’opera d’arte vista di recente a Londra, è comparso il suo viso; mio dettaglio preferito resta sempre Lei.

Una strega, una figura inquietante. Una raffigurazione non serena con le mani nei capelli, il viso contorto e la bocca aperta in un gemito sgraziato. L’equivalente nella cultura giapponese della onibaba, anche se non con lo stesso significato. L’immagine della mal sopportazione, dell’isteria in certi casi, del non avere certezze nei tempi più recenti. Insomma, tutto ciò che si respira in questi tempi, mi hanno ricordato, per un brevissimo istante, questa stupenda (artisticamente) e semi-celata figura, presente in un quadro più grande, ma dal significato iconografico denso e articolato.

E noi parleremo di Lei, solo di Lei, da personaggio in secondo piano, la faremo diventare protagonista. Alla faccia delle grazie di Venere nuda, che da sempre ha dovuto essere protagonista.

LEI

Andiamo per ordine.

L’opera in questione è la seguente: “Allegoria del Trionfo di Venere e Cupido” datato fra il 1540 e ’45, dipinto da uno dei miei beniamini della storia dell’arte, metà rinascimentale, metà Manierista, Agnolo Bronzino. L’artista è celebre, l’opera ancora di più. Di primo impatto è una straordinaria rappresentazione iconografica della dea dell’Amore in compagnia del suo figlio prediletto, il dio Cupido, stavolta in età adolescenziale invece del solito puttino tenero e rosa. Si tratta di una allegoria ovvero uno, o una serie, di concetti astratti rappresentati in forma realistica, ad esempio umana. Abbiamo Venere, l’Amore e Cupido, l’innamoramento.

La brillantezza dei colori e le forme decisamente inconsuete, lo rendono già di per sé un’immagine interessante da vedere, invece delle serafiche immagini di santi, beati e divinità edulcorate che ammantarono tutto il territorio del Rinascimento per un secolo. Ma in verità questa allegoria rappresenta un intricato gioco di interpretazione, con personaggi dal molteplice significato; rappresenta, nella sua accezione più conosciuta, una sorta di monito a tutto quello che si cela dietro l’amore e le sue implicazioni fisiche e mentali, le quali vengono rivelate del tutto solo dal tempo.

L’opera venne commissionata da Cosimo I De’ Medici – ultimo duca di Firenze – il quale all’epoca cercava di attrarsi favori dei regnanti limitrofi come Francesco I di Francia (al quale inviò il quadro) e il viceré di Napoli (del cui sposò la figlia, Eleonora di Toledo). L’allegoria voleva dunque essere un capolavoro dal significato raffinato, in grado di essere compreso da persone di rango culturalmente elevato.

Le figure intorno ai protagonisti sono tutte riferimenti allegorici agli effetti che l’Amore e il Sesso possono provocare all’uomo che si lascia totalmente andare: inganno, follia, goliardia, ferimento, smarrimento. Queste in particolare rappresentate dal puttino con in mano i petali di rosa e dalla graziosa bambina che nasconde in realtà un corpo di mostro.

La figura dietro Venere, la vecchia urlante con il corpo dal colore verdastro, è stata comunemente interpretata come la Gelosia: del fatto che lei ormai sia brutta e cadente dietro le spalle della stupenda Venere; del fatto che spesso la Gelosia rende furiosi, ciechi e del tutto scomposti. Come unione di immagine e concetto funziona molto bene. In alcuni suoi studi a carboncino, l’artista era fin da subito convinto di raffigurarla così, in preda all’avvilimento.

E’ risaputo che Bronzino fosse un seguace del movimento Neoplatonico, di cui questa opera era ricca di riferimenti. Intanto che la bellezza estetica fosse rilevante per il raggiungimento di una dimensione ontologica consistente (l’idea, il logos, l’essere pensante, il cogito ergo sum); da lì la connessione fra ciò che è bello e ciò che è buono (buono inteso come assennato e saggio) riprendendo il kalos kai agathos greco. Per cui che un sentimento astratto e negativo, come la Gelosia, fosse rappresentata in versione “brutta” era assai comune, anche nella storia dell’arte non Neoplatonica.

Lei rappresenta un opposto di tutto quello che può considerarsi Amore: Lei è brutta, mentre Venere è bella; vecchia, laddove V. è giovane, desiderata e desiderabile. Il contrario di un amore equilibrato può essere molto spesso una gelosia folle.

La rivelazione dei doppi, dei contrari (che qui amiamo tanto!) faceva anche parte dell’ideale Neoplatonico. Attraverso azioni e comportamento di alto calibro, si potevano rivelare i retroscena e i lati oscuri di ogni cosa. Per cui il lato malsano dell’Amore poteva essere la gelosia o qualcosa di più. Diciamo che, di qualunque figura allegorica si tratti, non è qualcosa di sano.

Il colorito verdastro non giustifica del tutto la sua cattiveria. Bronzino avrebbe potuto usare la posizione, la faccia e l’atteggiamento per rendere l’idea di male, ma rendere anche Lei di un colorito rosato come tutti gli altri personaggi. Persino la figura con le ali che scosta il drappo blu, benché vecchio, rivela un colorito piuttosto sano. Per la cronaca, quello è il Padre Tempo con tanto di clessidra sul dorso. Per cui, perché Lei ha un colore così malsano?

Un altro indizio è il fatto che Lei, con la bocca aperta, mostra i denti. Mostrare denti, lingua e in generale la bocca aperta, nell’iconologia classica era una caratteristica dei malati di mente o comunque di individui che non aveva il controllo della propria mimesi e delle proprie reazioni. Nello stesso quadro il puttino con i fiori in mano (che dovrebbe rappresentare appunto la Follia) mostra i denti con un sorriso semi ottuso; la stessa Venere sta baciando suo figlio (e già quello non è segno di tanto equilibrio…) ma addirittura con una sensuale e nemmeno troppo celata lingua.

Lei può essere anche la Gelosia, ma di certo è una gelosia malata, livida (da li forse la scelta cromatica), fuori di senno. Qualche anno prima, tra il 1514 e ‘16 il pittore Dosso Dossi aveva creato una originale opera intitolata “La Litigata” presentandola come allegoria dell’Ira. Sono ritratte due donne in preda alla rabbia nell’intento di strangolarsi, scomposte e con le bocche aperte, mentre urlano e imprecano. Un altro personaggio ridacchia malizioso, con un fare molto simile a quello della Follia rubiconda di Bronzino. Infine, un ultimo personaggio, esattamente come Lei, storce la bocca, mostra i denti, si tira i capelli e storce il viso in una espressione di dissennata perdita di controllo.

Possibile che Bronzino avesse visto quest’opera e gli sia piaciuta la forte espressività di questi personaggi? Magari, forse! Una cosa sicura è che l’iconologia, quando distribuisce gli attributi, raramente li lascia andare e per secoli, nella storia dell’arte, mostrare le cavità orali vi avrebbe fornito subito un cartellino con su scritto “pazzo”. Basti pensare alle “Teste di carattere” di Messerschmidt.

Un altro riferimento, molto vicino, può essere una bella incisione di Enea Vico, numismatico e incisore contemporaneo del nostro Bronzino, che rappresenta una scena di “Calamità”, la personificazione di una sventura. Nell’incisione, datata 1545-50 ( quindi molto vicina temporalmente al nostro quadro) viene scritto abbandonata e lasciata senza vestiti e riparo mentre la figura femminile si duole dei suoi problemi con un atteggiamento molto simile a quello della nostra Lei, con la bocca aperta e in preda al dramma. Dal momento che la data è pressocché la stessa, potrebbe essere addirittura che Vico si sia ispirato alla nostra Lei per la sua incisione. Questo nondimeno fa si che Lei esprima la pena di aver perso cose importanti, di essere rimasta senza niente.

Abbiamo dunque parlato di malattia, di emozioni forti e di colorito malsano. Nel’500, così come più avanti fino al ‘900 e anche oltre, una piaga terrorizzava gli avventori dell’amore: la sifilide. Mal francese, malattia venerea, associata alle prostitute e all’amore illecito e per questo bollata come malattia dei trasgressori del pudico amore coniugale (ergo, trasgressore contro la Chiesa). Volete sapere quale è stata una delle iconografie più gettonate per rappresentare questa malattia infima, femminile, ingannatrice?
Una donna emaciata, scarmigliata e dall’aspetto verdastro. Notare che porge un fiore mentre l’altra mano tiene un serpente; come la graziosa bambina del nostro dipinto che offre un favo di miele, mentre con l’altra mano tiene pronto un pungiglione.

Ora, questo tipo di raffigurazione è decisamente anacronistica, ma persino ai tempi di Bronzino c’è chi cominciò a vedere in Lei, la figura della malattia legata all’amore fisico e non più la sola Gelosia. Qualcosa di molto meno neoplatonico ma assai fisico. Del resto “malattia venerea” significa che il filo che la lega alla sua compagna con la candida pelle è molto forte. Come se alle spalle dell’amore lascivo (ricordate la lingua…?) vi fosse il rischio di trovarsi faccia a faccia con Lei.

Senza voler intralciare il lavoro centenario di iconografi e storici, fin da quando studiai quest’opera e la sua complessità all’Università io la vidi come l’allegoria di una malattia, più che di un concetto mentale come la Gelosia. Forse per questo mi è sempre piaciuta tanto.

Credo che fosse una rappresentazione vera, cruda e carnale in perfetta contrapposizione con la eterea Venere. Sono sempre stata una fan accanita del grottesco, del repulsivo nell’arte.

Forse per questo che nei giorni che stiamo vivendo, pensare ad una malattia e alle scene di desolazione che si porta dietro, mi è comparso il suo viso. E ho dovuto scrivere di Lei.

Illustrazioni: Agnolo Bronzino: Allegoria del Trionfo di Venere, dettaglio Gelosia ca. 1540.45, National Gallery Londra Agnolo Bronzino: Allegoria del Trionfo di Venere, ca. 1540.45, National Gallery Londra Agnolo Bronzino: Studio di Testa, 1545, Museo J. Paul Getty, Los Angeles Dosso Dossi: La Litigata , 1511-1516,  Fondazione Giorgio Cini, Venezia Franz Xaver Messerschmidt: Testa che sbadiglia, 1770-1781, Slovak National Gallery, Bratislava Enea Vico: Calamità, 1545-50,

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