Bellissime, eteree, soavi, misteriose, piccole, nascoste.
Quando si pensa ad una favola, la parola stessa richiama alle “fate“.
Luminose, birichine, immerse nel mondo naturale. Non è neppure tanto chiaro se esse siano buone o cattive. “Cattivo” inteso in una accezione più che altro discola. Dipende molto dal paese da cui proviene il racconto o la leggenda.
Nel mondo orientale, ad esempio, le fate sono grandi quanto una persona e parlano esattamente come esse, con l’unica differenza di poteri legati alla natura e ad una incredibile bellezza.
Le fate irlandesi invece, come nel racconto di “Jamie Freel e la bella signora” sono estremamente dispettose e vendicative.
Ogni paese ha le sue fate così come ha i propri demoni.
Vi sono tuttavia delle radici in comune: il fatto che le fate siano sempre in qualche modo legate al mondo naturale, fa eco alla antico mito delle Ninfe greche, ognuna delle quali era legata ad un diverso elemento della Natura.
La parola FATA deriva infatti dal termine con cui erano conosciute le Parche: fatae, del fato, del destino. Emanazioni di un potere superiore, a cui non si poteva sfuggire.
Un’altra cosa piuttosto comune è che la fata sia femmina. O meglio, non è accertato se si tratti di donne nel senso biologico del termine, tuttavia la fata è quasi sempre una fanciulla: giovane, immortale, bellissima che in diverse storie si innamora o sposa il giovane coprotagonista.
Le fate sono eteree e a contatto con tutti gli elementi della natura (così viene spiegato come fanno a non essere viste). Ma quando non sono viste, si dilettano in volo e giocano.
Ed è così che molti artisti o scrittori amano descriverle. Perché in quella scena, nella concentrazione dei loro balli, dei loro divertimenti, del loro vorticare insieme ad altre creature e sicure della loro intimità, quello è il momento più magico della fata. In cui si mescola con le sue simili e libera in pieno il proprio fascino e l’allure di grazia e mistero che la contraddistingue.

Nell’opera qui presente, si cerca esattamente questo tipo di setting e di atmosfera. La magia senza le parole, senza spiegazioni logiche e senza particolari rendez vous di bravura stilistica.
Il pittore Karl Wilhem Diefenbach fu uno spirito libero, ancor prima di essere un artista. Utopista, vegetariano, spiritista, a contatto con la natura e con sé stesso, amava esprimere nella sua arte (tendente al Simbolismo, per stile e materiale letterario a cui attingeva) proprio questo legame fra egli e il mondo del sovrannaturale.
Con una pennellata tipicamente impalpabile, senza artifici e con una predilezione per i giochi di luce, Diefenbach raffigura un bosco notturno in cui il solo occhio che viene accolto è quello silenzioso di un artista rispettoso, mentre le fate danzano libere.
Dipinte con la stessa consistenza di un fantasma, il pittore tedesco si ispira al folklore del proprio paese, in cui le fate sono esseri schivi e ambigui e il loro danzare ha dei tratti in comune con un sabba demoniaco.
No, qui è la Danza delle Fate.
Infatti la montagna che domina il bosco sembra quasi incombere su di esse e, in generale, la scena ha un tono più oscuro che fiabesco.
Ma come abbiamo detto la volta scorsa, molto spesso le fiabe derivano dal sogno e dunque vanno a braccetto con il doppio filo dell’inconscio.
Per questo vi sono tante favole dal lato oscuro.
Fairy Tale – “La Danza delle Fate”
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