Penultimo appuntamento di questo viaggio fra disegni e batteri, fra Virus e Arte, come sempre alla maniera di The Blue Drop. Con una goccia di inchiostro e una di colore. La scrittura che parla di arte, l’arte che parla di vita.
Nella scorsa volta di Virus e Arte abbiamo visto il ruolo di alcune malattie veneree, prima fra tutte la sifilide e il suo particolare ruolo poetico. Si è visto come la sifilide, divenne oltre che un morbo anche una sorta di entità fisica. Questa ispirò gli artisti per scene di alto valore espressivo. Prima di proseguire mi soffermo su un ultima opera ispirata dalla sifilide: questa rappresenta il culmine del coinvolgimento dell’artista nella scena, così lontano dalle incisioni di valore cronachistico viste negli altri capitoli.
Edward Munch ricopre un ruolo molto attivo nella rappresentazione di malattie del suo tempo. Intanto perché visse a cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, quindi nel culmine della idealizzazione di queste malattie. Secondo per i suoi vari lutti familiari. Terza e più importante motivazione, per il suo modo di percepire e affrontare questi eventi e poi rappresentarli nelle sue opere. Sia le opere con soggetti irreali che reali, subiscono una deviazione fortissima data dalla attitudine pressoché negativa del pittore norvegese e dalle sue visioni di morte, sofferenza e rassegnazione, usate come filtro. Una ferma sfiducia in sé, nella vita, nell’amore, la convinzione dell’indifferenza degli altri e un atteggiamento melanconico e tendente al fatalismo spirituale. Questo era Munch, che scrisse di sé : <<Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori e io sarò dentro di loro: questa è l’eternità>>.

Rappresentare una malattia mortale, significava per Munch, dipingerla in una atmosfera di totale rassegnazione per la morte. Significava usare contorni molli che evocavano un completo disfacimento della materia e colori cupi.

This is what we find in the opera “Eredità”: it is a scene that apparently Munch really saw in a hospital.
Una donna malata di sifilide si dispera poiché sulla pelle diafana del suo neonato sono comparse le bolle rosse, simbolo che anche lui subirà la stessa sorte e senza aver compiuto niente di sbagliato. Solo la sciaguratezza di una madre. L’artista sceglie volontariamente di chiamarlo “eredità” proprio per enfatizzare che tutto ciò che la madre lascerà al suo bambino è il peso della sua malattia. Essendo l’opera posteriore all’Urlo, Munch si auto cita, facendo al neonato una forma della testa e una espressione che ricordano molto il protagonista urlante del suo capolavoro. Il suo viso è molto chiaro e focalizzante, mentre quello della madre è poco più di un dettaglio rossastro contratto in singhiozzi e malattia. La madre è un focolaio, Munch non la perdona. Mentre il bambino è un innocente, pallido come fosse già morto, con il lenzuolino che sembra un sudario, come quello di Gesù.
La malattia in Munch, come altri elementi, sono del tutto legati alla esperienza personale dell’artista e alla sua percezione. Non è per lui una pittura distaccata, come per altri suoi contemporanei che si accingevano a mostrare finalmente la propria personalità: espressionisti, impressionisti, simbolisti…
Parlando di Simbolismo, credo che anche la loro (bellissima) ala si sia resa partecipe di una visione del connubio virus e arte unico. Il Simbolismo, che attecchì soprattutto in Francia, Germania, Inghilterra e nord Europa si può considerare una evoluzione del Romanticismo; interpretava il mondo esterno in un modo appunto “simbolico”, usando il dato reale e irreale come via per altro, basandosi molto sui dettami di Baudelaire. Ripresero per questo motivo anche le iconografie, le mitologie ed il folkore dei propri paesi.
Arnold Böcklin, artista simbolista svizzero, presentò la propria visione della malattia in un’opera intitolata “La Peste”. Anche in questo caso, la cosa più interessante da vedere è il modo del tutto personale, onirico e sconcertante usato. Non si tratta più, né di documentare, né di spiegare, né di devozione. Qui si tratta di introspezione, di paure inconsce, di superstizione arcaica filtrata attraverso l’arte e rinnovata con la nuova poesia del simbolo; il quale attira verso di sé una forza maestosa, poiché esso si fonde con la curiosità del pubblico. A tutti piacciono i quadri “simbolici”, perché sono considerati come degli enigmi da decifrare. La malattia simbolica di Böcklin è un riferimento alla peste medioevale, che passa fra le strade di una svizzera antica, falciando le sue vittime. Il legame malattia-morte è indissolubile.

La bestia che cavalca è una sorta di uccello con becco d’anatra e ali da pipistrello. Si tratta di un bestiario fantastico che ricorda il modo medioevale e rinascimentale di disegnare il drago contro cui combatté San Giorgio. Fra le figure distese in primo piano vi sono una fanciulla morta, vestita di bianco, come se fosse pronta per la sepoltura. Ma ella ha anche un velo. Un matrimonio che non si celebrerà.
La vera domanda è perché fra tanti argomenti – e Bocklin ne utilizzò tanti- proprio la peste? Una citazione alla storia della sua nazione? Possibile, anche visti i corpi delle due donne con i colori simbolo della Svizzera. Un presagio della morte che sarebbe giunta in una decina di anni con la guerra? Forse. Ma soprattutto, l’artista aveva una predilezione per il tema della morte; a mio parere più che morbosa, derivante da una serie di interessi culturali, psicologici e artistici, intrisi della catarsi romantica.
Vedremo adesso un’altra protagonista della storia dei virus, che si legò, suo malgrado alla storia dell’arte e della letteratura. I romanzieri e i compositori la usarono come grande antagonista e nemica delle grandi storie d’amore, facendo morire eroine come: Mimì, Violetta Valery o la Signora delle Camelie. E con essa morirono personaggi straordinari come Amedeo Modigliani, Blaise Pascal, John Keats e due delle sorelle Brontë.

La grande T, il morbo di Pott, la piaga bianca, la scrofola. Parliamo della tubercolosi, se ancora non si fosse capito. Questa malattia, che lo crediate o no, esisteva già ai tempi del Neolitco e venne chiamata in molti modi da molti popoli. Il mio preferito è il termine latino consumptione poiché raffigura perfettamente lo stato di decadimento fisico degli ammalati. Il decadimento fisico, il “consumarsi” giorno per giorno attraverso anche lunghissimi periodi – la tbc poteva durare anni in stadi di latenza-. Nello scorso articolo ho detto che i virus sono terribilmente democratici. Benché anche la Tubercolosi non sia da meno, il suo “status” la rendeva però più selettiva. Mi spiego meglio.
La tubercolosi era più facile da prendere poiché si trasmetteva per via aerea. Tuttavia poteva essere tenuta a bada anche prima del vaccino, rendendo l’organismo più resistente. Si poteva portare il paziente in un sanatorio dove potesse respirare dell’aria pulita, facendolo mangiare in maniera adeguata e con il giusto riposo. In generale, la prima cosa da fare era evitare il contatto con ambienti dall’aria pesante come grandi città fumose. Ma queste cose potevano permettersele i tisici ricchi e che potevano assentarsi per lunghi periodi dal lavoro. Chi non poteva permetterselo (lavoratori, operai, minatori, lavandaie) o chi alla tisi aggiungeva uno stile di vita sregolato, rendeva la malattia particolarmente devastante. Benché appartenesse a tutti gli ambienti, ideologicamente si legò ad un ambiente ben preciso.

La malattia divenne la compagnia favorita negli ambienti della bassa borghesia e nel proletariato, e naturalmente, fra la gente povera. Ma venne vista come una malattia “romantica” per la sua vicinanza con ambienti artistici, con gente dall’attitudine non sana e anche un po’ autodistruttiva. Nel 19esimo secolo divenne uno dei simboli della vita Bohèmien (non per niente l’eroina della Bohème di Puccini, Mimì, muore proprio di questo). Divenne una sorta di vessillo per chi si consumava in favore della sensibilità, del lavoro poetico e del rifiuto di una vita sana in favore di un più alto grado di ispirazione. George Sand, la poetessa che si finse uomo per poter pubblicare, disse che il suo Fryderyk Chopin, tossiva con una grazia infinita.
L’aspetto del malato di TBC era decisamente melanconica. Una persona magra, spossata dalla tosse, con gli occhi lucidi e rossi, stanca e placida, proprio perché senza forze. Una immagine quasi serena, in netto contrasto con gli orrori visivi della peste e della sifilide. La tubercolosi coinvolse molta più gente, per la sua facilità di trasmissione e anche perché talvolta era difficile diagnosticarla. I malati si nascondevano per non perdere il lavoro. L’immagine del malato di tubercolosi era romantica, eterea, distinta, addirittura fiabesca.
Questo solo nell’immaginario collettivo, in quanto l’operaio in fabbrica con sei figli, malato di tisi, non aveva niente di artistico né di fiabesco. Il malato di tisi era rassegnato a vivere la vita che gli restava in nome dell’ispirazione; invece, il malato di sifilide era un fetente che andava per bordelli. Sempre Edward Munch ne fu un grande interprete, in quanto diversi membri della sua famiglia ne caddero vittime, come la madre e la sorella. In un celebre dipinto “La Fanciulla Malata” la scena è esattamente questa:

Questa versione fu solo la prima che il pittore dipinse, in un ciclo che andò fino al 1927. Tuttavia, benché l’immagine abbia un taglio quasi fotografico, la protagonista, la sorellina Johanna Sophie, era già morta da 8 anni. Il desiderio di ritrovare l’intimità di quel dolore emerse quando, negli anni ’80, Munch cominciò ad esprimere la sua melanconia repressa attraverso dei diari. Ma anche e soprattutto con i suoi primi quadri, le “tele dell’anima”.
” La Fanciulla malata” fu una di queste. Se la confrontiamo con la tela analizzata in precedenza “Eredità“, si assisterà ad un tono completamente differente: qui si tratta dell’intimità della sua famiglia. La graziosa fanciulla sorride garbata, come a voler tranquillizzare la donna in lacrime. Sono i due volti della rassegnazione: placida e disperata. La tubercolosi è espressa con sospirata serenità, la sifilide come una piaga che nemmeno l’innocenza può eludere. Ma Munch rappresenta tutte le sfere dell’emotività nella malattia, la sua grande amica, che mai pareva lasciarlo.
La tubercolosi, come vessillo di una vita votata all’autodistruzione romantica e a tratti eroica, costruì la sua fama attraverso i nomi di molteplici personaggi famosi. Ne abbiamo citati alcuni, ma la lista sarebbe lunga. Anche senza raffigurarla sulla tela, spesso certi personaggi, con le loro azioni e il loro atteggiamento, se ne facevano diretti interpreti. Il più emblematico resta Amedeo Modigliani, di cui credo sia giusto parlare. La sua vita fu sempre legata a filo rosso con la malattia.
Modigliani ha 15 anni quando si ammala di tifo e nei deliri della febbre dice di voler fare il pittore. Due anni dopo, negli ambienti della scuola pubblica, sembrò contrarre la tubercolosi: dal momento che morirà a 36 anni, essa sarà una sua stretta compagna di vita. E questo non può non aver influenzato un minimo la sua visione della vita e dell’arte. Ad esempio, la scelta di passare dalla scultura alla pittura, è votata anche dai problemi respiratori che contrae nel stare a contatto con la polvere.
Lo stile delle sue opere è ormai celebre: linee semplificate, colli lunghi, orbite vuote, scolli profondi per le donne, mani affusolate. Uno sguardo all’arte preistorica, una intenzione di semplificare la forma per lasciare spazio al dato interiore, alla semplicità del dato umano. Non possiamo dire se la consapevolezza di avere una salute precaria può aver indotto l’artista ad affrontare la vita con una dolce rassegnazione o con una sfrenata corsa al carpe diem.

Si può supporre che avesse un forte amore per la vita, grazie al temperamento scanzonato e alla nota socievolezza; ma anche per la quantità indescrivibile di opere che fece. Era come se, sapendo che non l’avrebbe potuta vivere a modo suo, cercasse di mettere in solidità la sua visione dell’essere umano e della bellezza femminile. Nella solidità della pietra e del colore. Perché in Modigliani i colori sono piuttosto solidi e fermi; non si era lasciato conquistare dalle sfumature leziose degli impressionisti.
Benché non mi piaccia dipingere Modì con i cliché di cui spesso è vittima – drogato, alcolizzato, malato, esagitato- una cosa è purtroppo innegabile: Picasso era la testa di serie numero 1, nessuno faceva ciò che faceva lui. Per stare al passo bisognava per forza dare una spinta alla avanguardia della propria immaginazione. Fu un bisogno suo, ma anche di altri, di direzionare la propri artisticità verso i paradisi artificiali che certe sostanze potevano offrire. Nel descrivere Modigliani, oltre al dato critico, bisogna per forza mettere anche il dato emotivo, le condizioni di vita e soprattutto la malattia. Il suo posto è fra gli artisti che l’hanno rappresentata.

Il dipinto “Autoritratto” è uno dei pochi autoritratti – se non l’unico- e venne eseguito un anno prima della morte, quando le condizioni erano già compromesse. Qui vi appare un Amedeo sereno, placido, elegante. L’autoritratto ha sempre in sé il potere di mostrare ciò che realmente si è. Anche nelle condizioni più estreme di salute o nelle più forti volontà di fra trasparire qualcosa invece di qualcos’altro (una maschera). Modì era malato ma sapeva di essere un grande artista, una persona di cuore, un cosmopolita, un bel ragazzo, un uomo passionale, di avere tanti amici, un amore e una bambina. Sapeva di essere un uomo che sapeva fare. E sul retro del suo ultimo quadro scrisse: “la vita è un dono (….) di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno“. Per cui, perché non sorridere.
La tubercolosi non venne mai debellata del tutto e continuò la sua triste presenza sul podio accanto a sifilide ed altro. Ma nel biennio 1918-1920 si assistette all’alba della influenza spagnola, la quale rappresentò un nemico tutt’altro che romantico. Divenne una pandemia che in breve tempo, colpì tutto il mondo causando nel complesso tra i 17 e i 50 milioni di morti. Munch la contrasse e, sebbene le sue condizioni fisiche già non fossero buone, fra alcolismo e crolli nervosi, ne uscì guarito. Compose negli anni successivi degli autoritratti che, paradossalmente, avevano una luce, una atmosfera e una impostazione decisamente più positive.

Era come se nel parlare di sé, ci si potesse avvalere di un tono più soave e meno grave. Quello che si è scritto prima per Modì, vale anche per Edward. Non si possono ignorare le circostanze che accompagnarono la realizzazione di queste opere. Difatti, negli anni in cui le realizzò, la vita del pittore aveva direzionato verso uno stile solitario ma calmo e sereno, nella sua Norvegia.
La solitudine evidentemente era una condizione per la quale al pittore era risparmiata un po’ di sofferenza. Per i suoi momenti più bui, per la sua sfiducia verso il mondo e per la quantità di lutti che ebbe in famiglia, è possibile credere che avesse sviluppato una sorta di senso di colpa. La solitudine, il silenzio, l’assenza dal mondo dell’arte e dalle capitali cosmopolite in cui aveva abitato, sembravano dare pace alla frenesia della sua inquietudine e alle scene di “scioglimento” nelle quali perdeva la ragione.

Le opere degli ultimi anni divennero più luminose e più colorate e persino un Munch malato di spagnola, appariva con un aria non spettrale. Anzi, nella seconda versione, qui sopra, vi è uno sguardo sprezzante di chi ha affrontato la malattia e l’ha sconfitta. Era da preferirsi un virus in solitudine che la malattia mentale di fronte a tutti.
Se si vuole vedere alla Spagnola come a una gemella del Covid-19, bisogna fare i conti anche con le vittime che si portò dietro. E se Munch è un sopravvissuto Egon Schiele ne fu una vittima. Va subito individuato il paradosso: sebbene nel suo lavoro vi sia un ampio spazio per argomenti quali la morte, l’infanzia disturbata, l’erotismo, la riflessione di sé, il doppio e il disturbante, Egon, molto probabilmente avrebbe continuato volentieri la sua vita.
Anche perché morì a 28 anni, una età giovane per chiunque e inoltre stava per diventare padre. Visse tre giorni in più rispetto a sua moglie incinta e ne disegnò il suo viso morente, nonostante la paura e la disperazione che verosimilmente provò.
Dipinse alcune madri morte con i loro bambini, il che lo fece passare per un sadico, un malato e un misogino, addirittura per un necrofilo, in quanto le donne che rappresentava sembravano talvolta scheletri ammiccanti. Ma parlando di virus, e della spagnola in particolare, l’opera più emblematica fu sicuramente “La Famiglia“, la sua versione profana del trittico familiare cristiano.

L’ironia amara è che la assoluta tristezza che questa opera possiede, Egon Schiele non la conobbe mai. All’epoca, Egon era sposato con l’innamoratissima e possessiva Edith, che pretese che mai nessun’altra modella posasse per il pittore. Eppure qui non è rappresentata Edith, che era bionda, ma probabilmente Wally (Wally Neuzil, la sua musa più importante). L’opera doveva riferirsi solo ad una coppia accovacciata, ma nel 1918, quando Schiele seppe che Edith era incinta, volle aggiungere il bambino alla composizione. Può sembrare che il pittore volesse rappresentare la famiglia che immaginava di avere, ma allora perché non scegliere Edith?


Forse perché la famiglia vera l’avrebbe voluta fare con un’altra. Con sua moglie Schiele raggiunse una buona stabilità, anche economica, e si può dire che il matrimonio fosse sereno. Ma ne “La Famiglia” si avverte comunque qualcosa di irrisolto e di misterioso. Benché vicini e a contatto i due coniugi non sembrano vedersi. La donna è nuda e senza piedi. Il bambino, forse il più espressivo, si avvinghia cercando protezione. Ed è qui la tragedia di cui Egon era all’oscuro perché quel piccolo non vedrà mai la luce proprio per l’influenza spagnola.

Per concludere questa terza parte voglio utilizzare un’opera emblematica che racchiude tutto quello di cui si è parlato fin ora. Siamo a cavallo fra il 1917 e il 1918 quando George Grosz dipinge “Il funerale” . Il retroscena è questo: Oskar Panizza è uno psichiatra tedesco molto noto negli ambienti clinici, che però si diletta di poesia e scrittura e di argomenti fuori dall’ordinario. Nel 1894 aveva pubblicato un testo teatrale intitolato Das Liebeskonzil (Il concilio amoroso) in cui descriveva lo scoppio della sifilide come una vendetta di Dio. La punizione per l’uomo che si era trasformato in un essere licenzioso e dipendente dal sesso. Dio è descritto come un credulone che si fa abbindolare da Satana e invia sulla terra una bella donna che sarà la portatrice ufficiale del virus.
Per aver così additato la religione e la Chiesa, Panizza si fa un anno di prigione per blasfemia. Grosz è un pittore espressionista che negli anni ’20 utilizzerà uno stile chiassoso, altisonante, grezzo -e per qualcuno anche volgare- per descrivere il male sociale post bellico e il degrado del mondo tedesco dopo la sconfitta. “Il Funerale” è dedicato proprio a Panizza e al suo testo blasfemo.

La scena sembra ambientata all’inferno: la bara al centro inchioda l’idea della processione con la figura del prete che appare come un pupazzo; che scuote la croce bianca, in grado di spiccare come simbolo sulle altre figure. Grosz non descrive la morte fisica dell’amico, ma quella sociale: lo psichiatra perderà credibilità, lavoro e salute mentale dopo l’accusa. L’idea nel quadro è che Panizza non sia ancora morto, ma per la società che gli sta intorno è come se lo fosse. La morte beve allegramente alla sua salute mentre siede sulla bara e si fa trasportare. L’idea della morte che balla viene ripresa dalla “Danse Macabre” : un tema iconografico di origine medioevale per il quale vivi e morti ballano insieme in una sorta di baccanale, ospiti della Morte.

Intorno, gente di ogni tipo – e potrebbero esserci in mezzo anche i morti- che si accalca e si contorce, in una frenetica scena di malsano festeggiamento. L’inferno di Grosz è in un città dove la parola che spicca ovunque è “BAR”. Un regno notturno di alcool e malattia, dove i piaceri possono venire fuori con facilità, mentre di giorno vanno tenuti nascosti alla morale e per la convenienza. Ma Grosz non ha filtro e per lui la malattia è sociale; anzi il virus, quello microscopico è una enorme opportunità per l’uomo di togliere tante maschere disgustose.
Da quello che vedo, anche il nostro Covid -19 sta facendo lo stesso…
Ultimo appuntamento con Virus e Arte fra poco!
