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Ciò che esiste tra Degas e le sue ballerine

<<Perché dipingo la danza? È il movimento delle persone e delle cose che ci consola. Se le foglie degli alberi non si muovessero, gli alberi sarebbero infinitamente tristi e la loro tristezza sarebbe la nostra.>>

Ciò che esiste tra Degas e le sue ballerine è qualcosa di sorprendente; che esiste nella connessione tra questo modo di vedere il movimento e il modo di sublimarlo attraverso la pittura.

Non è pittura in generale ma QUESTO tipo di pittura: sfaldata, incorporea, aerea, mista, schiumosa, vaporosa.
Lontano dalla solidità o dalla precisa varietà dei vari dettagli.

Stiamo parlando della pittura di Edgar Degas

Perché solo così si può catturare la fluida e quasi sacra fisicità della danza.

Il paradosso è che dietro la sua leggerezza, la danza nasconde la propria forza, stabilità e precisione millimetrica.
Quando due mondi si scontrano. In blu ovviamente!

Quello di cui vorrei parlare in questo articolo è di questa commistione molto semplice ma allo stesso tempo estremamente interessante.

Come si combina la fluidità di un tipo di pittura così libero e votato alla libera espressione con una disciplina ferrea e precisa come la danza classica.

Ciò che esiste tra Degas e le sue ballerine è celato nelle loro storie ma anche e soprattutto nelle loro forme, incastonate in quelle opere uniche.

Parliamo dell’ambiente della Parigi dell’800: la Parigi in cui, in quanto a passatempi sofisticati, l’Opera dettava legge. Poiché non si trattava solo di un teatro, ma di un vero e proprio fulcro per la l’alta società e la buona borghesia.

Un luogo dove si combinavano affari e matrimoni, dove l’immagine era fondamentale e dove il pettegolezzo la faceva da padrone.

Scalone principale all'interno dell'Opera Garnier, Parigi
Scalone principale all’interno dell’Opera Garnier, Parigi

Negli anni dell’arte di Degas, i galleristi e l’artista stesso dichiaravano che le ballerine erano i soggetti più richiesti fra i compratori. Immaginate una sera all’Opera, con un balletto in scena.

Vi era immediatamente una fortissima distanza e allo stesso tempo vicinanza fra due tipi di inespresse beatitudini dell’universo femminile.

Nella platea vi erano donne eleganti e altolocate, con cui intavolare graziose conversazioni. Erano allegre e scintillanti. Si comportavano in maniera pudica (perché l’immagine pubblica in società era tutto, come insegna Anna Karenina) ma intimamente maliziose. Si comportavano in modo amichevole e cortese. Mogli e figlie perfette da esibire e di cui essere fieri.

Sul palco, invece, si potevano ammirare creature leggiadre come angeli. Indossavano i costumi di scena, si vedevano i loro polsi, le loro caviglie, le loro gambe e i loro colli. Li muovevano con grazia squisita, e si vedeva bene ogni cosa. Ballavano con atletica maestria, sebbene molte fossero di bassa estrazione sociale. Le ballerine si potevano e si dovevano guardare e non vi era sconvenienza né gelosia. La società era lì per quello. Era un segreto piacere per gli occhi.

Ci si poteva beare di un tipo di donna di mondo, perfettamente integrata, ma anche di una libera fanciulla stile ninfa nei boschi; le quali, a seconda della trama, potevano incarnare fate, contadine, principesse, zingare, sacerdotesse. Ogni fantasia poteva essere realizzata.

Edgar Degas, 
Musicisti nell'Orchestra , 1872, Städel Museum, Francoforte.
Edgar Degas, 
Musicisti nell’Orchestra , 1872, Städel Museum, Francoforte.

Questa era la danza ai tempi di Degas. Le ballerine eteree e senza peso, senza famiglia e senza origini. Creature divine. E l’artista non ne era solo affascinato, ma intuì il valore artistico del soggetto

Fra i collezionisti era un tema caldo e tutt’oggi Degas viene riconosciuto dai meno esperti come “il pittore delle ballerine“.

In una monografia su Degas scritta dagli autori Rocchi – Vitali, viene inserita questa citazione del filosofo e poeta Paul Valery, che descriveva proprio le etoiles del periodo Impressionista :

<<Niente solidi, nei loro corpi di cristallo elastico, niente ossa, niente articolazioni, giunture invariabili, segmenti che si possano contare … […] Mai nessuna ballerina umana, donna ardente, ebbra di movimento, del veleno delle sue forze eccedenti, della presenza infuocata di sguardi carichi di desiderio, mai ha saputo esprimere l’offerta imperiosa del sesso, l’appello mimico del bisogno di prostituzione, come questa grande medusa che, con gli scatti ondulatori del suo flutto di gonne e festoni, che alza e rialza con insistenza strana e impudica, si trasforma in sogni di Eros»

I quadri di Degas che riguardano le ballerine hanno un retaggio molto più semplice: la sua fascinazione nei confronti della figura femminile, anche svestita in quanto veritiera.

Sebbene Degas sia sempre stato visto come un impressionista, per quel famoso stile ondeggiante e talvolta nebbioso, in realtà il suo occhio primario lo guidava più verso il realismo, quello alla Manet, anzi addirittura di Ingres.

Le ballerine erano anche fin troppo immerse nel loro mondo fiabesco e cristallino per rappresentare un soggetto che risponda ai canoni che cerca Degas. Esse rappresentavano il movimento in azione.

Cominciò allora a cercarle quando la loro grazia veniva meno. Quando tornavano ad essere delle ragazze normali, anzi addirittura peggio: chi sbadigliava sguaiatamente, chi mangiava dietro le quinte, chi aveva le nocche rosse per aver fatto a botte, chi si grattava la schiena, chi accarezzava una compagna.

Cominciò a dipingere le prove, i momenti di riposo, le lezioni e le attese.

Tutte cose che i signori con il cappello a cilindro nel foyer non immaginavano nemmeno. La vita normale per loro erano le signore con i cappelli larghi imbevuti di talco.

Qui si viene a compiere la prima soluzione dell’equazione

pittura di Degas ≠ forza della danza.

Quella famosa dimensione di leggiadria, di assenza di peso di perfezione e di maliziosa permissività che tanto piaceva al pubblico avviene esclusivamente sul palcoscenico. In un altro mondo.

La danza, per chi la fa o l’ha fatta è un’arte in cui il corpo ha un peso eccome. E bisogna combattere contro di esso. Cercare di andare sempre più su mentre le ossa, i muscoli, le braccia vorrebbero andare giù. Significa sottoporre il piede ad uno sforzo tra l’inverosimile e l’innaturale.

Storcersi una caviglia, sbattere un ginocchio, piegare la schiena come sotto il vento.

Migliorarsi in maniera costante, senza mai mostrare i segni della stanchezza, soprattutto sul palco. Lì doveva avvenire solo la magia.

Esiste una differenza immensa fra questo:

Edgar Degas, 
L'Etoile (Ballerina sul palcoscenico) , 1878, Musée d'Orsay, Parigi.
Edgar Degas, 
L’Etoile (Ballerina sul palcoscenico) , 1878, Musée d’Orsay, Parigi.

e questo:

Edgar Degas, 
Ballerina seduta, 1879- 1880, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo
Edgar Degas, 
Ballerina seduta, 1879- 1880, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

Nella prima – molto famosa- opera dell’Etoile, assistiamo a quello che era il famoso miracolo del palcoscenico: la bellissima ballerina, sorridente e soddisfatta, si appresta a ricevere il plauso del pubblico , allungandosi in una posa da angelo appena atterrato sul mondo. La sua è l’unica figura che si riesce a vedere concretamente, il resto appare confuso e rarefatto nella nebbia di colori che il maestro ha creato. Non si vede, ma ci sembra di sentire l’applauso scrosciante.

Nella seconda opera di “Ballerina Seduta“, sebbene vi sia ancora bellezza, e anche un certo grado di altezzosità, le sensazioni che traspaiono sono molto diverse. Il corpo pesantemente abbandonato sulla poltrona, l’immagine alquanto nitida della carne incastrata nelle pieghe del bustino nero, le gambe larghe, il vestito per terra avanti ai piedi. Un momento di completo relax con anche alcuni accenni di interessante e insolita volgarità.

Un’opera stupenda, nel suo realismo e nella sua contrapposizione evidente fra la figura della ballerina e una posa così sguaiata.

Ma questa era la realtà delle cose, forse un’ accelerazione dell’intento ma bastò per creare un modello artistico unico nel suo genere.

L’immagine della danza che Degas voleva restituire era allo stesso tempo parte di quel mondo proibito e meraviglioso che i signori anelavano quando salivano gli scaloni dell’Opera di Parigi, ma anche un mondo vero e concreto. In cui le ballerine erano donne e non ninfe.

Una vera e propria desacralizzazione di un mondo dalla classe incontaminata.

Edgar Degas, Nella Classe di Danza, c.1897, Collezione Privata
Edgar Degas, Nella Classe di Danza, c.1897, Collezione Privata

Ciò che esiste tra Degas e le sue ballerine è questo amore semplice per la vita e la verità che si discosta dall’ideale della ballerina che aveva la società al tempo del pittore. Il suo modo pastoso ma anche ondulante e nebuloso di usare il pastello (usato anche per la possibilità di avere una più rapida esecuzione rispetto al dipingere) si unisce ad un intento di perfezione tecnica che però tende al reale e all’originale.

Allo stesso modo la danza, utilizza la fisicità totale del corpo, delle mani, del viso per creare un mondo illusorio. Ma le ballerine sanno molto bene quanto lavoro, sudore, sangue, muscoli contratti e unghie rotte ci vogliano per creare quella magia.

Ciò che esiste tra Degas e le sue ballerine è il rapporto simbiotico fra il pittore e i suoi soggetti; esso si basava sul fatto che esso fosse andato a vedere realmente cosa ci fosse dietro il “Velo di Maia” del palcoscenico.

E avesse deciso di raffigurarlo lo stesso.

Perché è bello, è autentico e fa sognare anche se è scomposto.

Tanto il colore quanto le pose.

Edgar Degas, Ballerine Rosa prima del balletto, 1884, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen

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