Vi siete mai chiesti se in qualche modo siamo unici?
Se il nostro modo di essere, di comportarci, di pensare e di credere sia unico per tutti? Spesso ci dicono: “Tu sei unico e sei perfetto così!” Vero.
Per la genetica, siamo come tanti fiocchi di neve, e nessuno può essere uguale ad un altro. Vero.
Sarebbe un pensiero adorabile, se non si tiene conto di cose come:
la religione ad esempio: la comunanza nel credere tutti insieme a cose invece che ad altre.
Oppure la semplice imitazione di modelli che esterni che noi riteniamo ideali.
L’omologazione e il desiderare di non essere unico, perché talvolta “unico” significa “diverso”.
La moda? Vi siete mai chiesto perché la moda si chiami così? Sarebbe un termine statistico che sta ad indicare il valore più frequente all’interno di un sistema di distribuzione. Cioè il prodotto o la tendenza che va “per la maggiore” spinto da un fattore di imitazione ed omologazione.
Insomma, siamo tutti unici e speciali; ma vogliamo le stesse cose e pensiamo allo stesso modo.
Vi siete chiesti, invece, come funzioni con le immagini che ci si presentano davanti?
Cioè, perché talvolta di fronte ad un quadro, ad una fotografia, ad un’opera d’arte, anche senza conoscere la scena, né il pittore, né il titolo riusciamo ad interpretarla ma soprattutto riusciamo a cogliere alcuni elementi ed alcune figure che danno senso all’insieme.

Senza essere certi di sapere perché.
I motivi possono essere tanti e che coinvolgono aree diverse di competenza.
Io vorrei parlare di risposta puramente legata all’immagine. Del riconoscimento inconscio di alcuni elementi comunitari nel discorso artistico.
Utilizzando un parallelo con la teoria psicoanalitica. Quella di Carl Jung in particolare.
Per questo parleremo degli Archetipi: forme d’arte.
La loro presenza nella nostra interiorità cerca di trovare una risposta a cose come:
“Perché nelle rappresentazioni il sole ce lo immaginiamo sempre maschio e la luna sempre femmina?”

Perché la strega è sempre vecchia, la principessa sempre giovane e bella, il saggio è sempre anziano, il neonato è sempre tenero e carino e ancora oggi si dice “i bimbi sono tutti belli”?
Domande come queste, insomma, che si accavallano nelle cose di tutti i giorni, a volte senza che nemmeno ce ne accorgiamo, dalle favole che leggiamo ai bambini alle etichette che troviamo sui prodotti del supermercato.
Seguendo la linea di un autore che io personalmente apprezzo, lo psicoanalista Carl Gustav Jung, la risposta la si può trovare radicata in secoli di tradizione e cultura e anche in diverse parti del mondo, senza che ci sia mai stato qualcuno che fisicamente abbia operato qualcosa per influenzare tutto questo.
Le risposte si trovano in parole come Archetipi e Inconscio Collettivo.

Cercheremo di trovare alcuni fra gli archetipi più famosi, direttamente dalle opere della nostra meravigliosa storia dell’arte, anche molto contemporanea, per dimostrare come l’onda dell’inconscio collettivo, non si fermi.
Questo dopo averli spiegati, naturalmente.
Un archetipo, secondo Jung, è una personificazione di un determinato comportamento umano.
I comportamenti sono milioni, ma ce ne sono alcuni, dotati di caratteristiche talmente generiche, riconoscibili e tendenti alla moltiplicazione.
Così ben riconoscibili che hanno valicato il confine delle culture umane e dei secoli di appartenenza, fino a venire riscontrati a livello grafico -prima- e verbale -poi- (se un cosa la puoi descrivere, la puoi rielaborare, disegnare fino a trasformarla secondo esigenza).
Si tratta, insomma di una eredità “genetica” della nostra psiche, che però non appartiene al singolo ma a gruppi più ampi. Gruppi, società, culture, paesi, fino a tutta l’umanità.
Avete presente nel teatro greco? Vi sono tutta una serie di maschere che a seconda della mimica facciale, descrivono senza parole e senza costumi, un personaggio ben chiaro con delle caratteristiche chiare e uniche. Il ricco, il servo, lo stupido, il filosofo, la prostituta, il cattivo etc…

Gli archetipi sono una cosa simile, solo che invece che riguardare l’immagine esterna e la descrizione dei comportamenti quotidiani, riguardano delle caratteristiche radicate da secoli e profondamente incastonate nell’inconscio di tutti (inconscio collettivo, appunto).
La loro chiarezza ci rende tutti, da sempre, consci di determinati modelli comportamentali, i quali, senza volerlo, sono riconoscibili istintivamente nelle persone che ci circondano, nelle immagini che vediamo, nelle storie che ci vengono raccontate, fino ai miti primordiali di cui ogni cultura è ricolma.

E persino nei sogni che facciamo.
La loro comunanza nella psiche di ognuno di noi, tende anche a creare con essi un legame emotivo; per questo quando leggiamo un libro ci affezioniamo ad un determinato personaggio o quando vediamo un film ci identifichiamo con esso (o crediamo di identificarci).
In articoli più attuali, come quelli che si possono trovare su internet, gli archetipi sono elencati e spiegati, a volte semplificati; ma volentieri sono interpretati attraverso cinema, personaggi, persino attraverso loghi e cartoni.
Questo per dimostrarne anche l’efficacia. Tuttavia, le figure più moderne evocate oggi tendono un po’ a generalizzare gli archetipi e tradurli in personaggi quasi stereotipati: l’Eroe, Il Mago, L’Amante, il Sovrano etc..

Non che siano sbagliati, ma essi sono una semplificazione delle caratteristiche primordiali dei primi archetipi teorizzati da Jung, il quale sosteneva che:
“Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un contenitore che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima.“
Parlando di arte in generale, Jung sosteneva che l’opera d’arte avesse una sua autonomia; un valore intersoggettivo.
Dicendo qualcosa agli uomini, essa superava l’ambito soggettivo del vissuto individuale dell’artista (cosa che invece interessava molto a Freud). L’opera d’arte supera quello che è il singolo individuo, poiché essa possiede un significato psicologico collettivo, in quanto linguaggio comune a tutta l’umanità.
Ciò che emerge nell’arte è inconscio collettivo. E gli archetipi, di conseguenza, possono essere riconosciuti come forme d’arte.
Questo è il motivo per cui considereremo alcuni degli Archetipi originari della teoria jungiana. Archetipi: forme d’arte:
LA PERSONA
Fra gli Archetipi alla base, non poteva non essercene uno che, prima ancora di tutte le dimensioni profonde della psiche e della personalità, descrivesse la Persona per quello che è.
Jung notò che l’essere umano aveva la tendenza a mostrare solamente una certa parte della propria personalità, spesso in relazione al contesto. La PERSONA è l’archetipo della nostra immagine pubblica. La maschera che indossiamo quotidianamente per vivere a in un ambito o nell’altro.
L’Archetipo persona è un filtro che adoperiamo per funzionare meglio nella società, per proteggerci o anche per creare un compromesso fra quello che siamo e quello che vogliamo essere. Non è identificabile con l’intera persona.
Gli artisti che hanno utilizzato il medium artistico per rivolgere il loro Arch. PERSONA al mondo esterno sono migliaia. Soprattutto perché la PERSONA si distingue in due parti: ANIMA & ANIMUS, rispettivamente la parte femminile di ogni uomo e quella maschile di ogni donna. (forse qualcuno ha sentito parlare di Ying e Yang?).
Le caratteristiche dell’Anima sono rappresentate dalla più tradizionale immagine della donna nei secoli: bella, sensuale, intuitiva, spontanea, in sintonia con la natura, premurosa, dolce, a volte più fragile. Da lì, personaggi come la ninfa, la principessa, la dea, la seduttrice, la fata, la femme fatale, la mamma anni ’50 etc.. fino a estremi come Elena di Troia o la Vergine Maria.



“Marylin“, 1967

Allo stesso modo ANIMUS rappresenta quello che oggi potremmo definire uno stereotipo del tipo di maschio alfa, protagonista di storie, di vicende eroiche: bello, forte, giusto, corretto, cavaliere, salvatore e romantico seduttore.

Da lì l’archetipo più “moderno” dell’Eroe, che possiamo riconoscere in un quadro con degli uomini con spada e scudo, oppure quando si vede un “maschio” salvare una “ragazza” da un drago o da un mostro. Nessuno ci dice chi siano quelli, se siano un eroe o la principessa, ma lo sa il nostro inconscio, perché riconosciamo i nostri archetipi.
Come nella favola di San Giorgio e il Drago


Parlando di rappresentazione artistica dedicata all’ Arch. PERSONA nel suo complesso, esiste un artista – o meglio un’opera che lo ha incarnato in maniera sorprendente.

Questa foto fu l’inizio di un complesso, bellissimo e profondamente simbolico gioco/messa in scena con il fine di creare una vera e propria performance di “sdoppiamento” anzi di tripartizione.
Se l’archetipo Persona rappresenta il “lato” che ognuno di noi mostra nelle condizioni di coerenza sociale o perché inconsciamente ritenuta più adatta, significa che – per citare il prof. Stefano Ferrari, docente di psicologia dell’arte – le identità si dividono in:
identità reale – sociale – ideale
Fu per questo che Marcel Duchamp creò negli anni ’20 e oltre un suo archetipo vivente, nonché alter ego, che riuscisse a condensare sia la sua ANIMA che il suo ANIMUS in un’unica figura alchemica, autocelebrativa e a anche autoironica. La conturbante Rrose Selavy
Con una serie di riferimenti artistici e non, sapientemente nascosti in giochi di parole e doppi sensi attraverso opere da “Il Grande Vetro” a “L.H.O.O.Q.“, ma anche “Fresh Widow“, questo alter ego bellissimo e in gamba, prese corpo diventando sempre più reale, fino ad avere una identità, un mestiere, degli amici e persino un appartamento a New York!
Questo coronò definitivamente il dilemma di Duchamp su quale identità presentare al mondo, rimanendo la persona originale e geniale che fu e restando fedele ai suoi principi di “…andare oltre il retinico….”.
Senza saperlo (o forse sì, poiché Duchamp si interessava a innumerevoli cose, anche psicoanalisi) aveva creato il perfetto esempio dell’Archetipo jungiano PERSONA.
Per il momento ci fermiamo qui. Come vedete il discorso sugli Archetipi, non è solo affascinante, ma i suoi riferimenti ad altro sono innumerevoli.
Nella seconda parte dell’articolo, riconosceremo in altre opere di arte contemporanea Archetipi quali:
IL SE’ – LA GRANDE MADRE – L’INFANTE – L’OMBRA
Ricordatevi comunque di essere UNICI, anche se la profondità della vostra psiche (secondo Carl Gustav) dice il contrario.
Appuntamento fra qualche giorno con Gli Archetipi: forme d’arte
